Identità multiple

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Il suono del modem 56K è una di quelle cose che non puoi dimenticare (ma se vi serve un ripassino andate a rileggervi Psicostasia digitale).

Si collegava il computer alla presa del telefono e poi si faceva partire la connessione per avventurarsi in Internet. Qualche secondo di attesa, e di ansia, e poi si poteva cominciare la navigazione. Nell’altra stanza, o dietro le spalle, i genitori preoccupati per la bolletta del telefono e/o interessati a scoprire il favoloso mondo del nascente www. Si andava a vedere la posta (spesso un unico indirizzo per tutta la famiglia), qualche sito, le chat e poi ci si staccava per poter lasciare libero il numero di casa che altrimenti risultava occupato. Non sono passati molti anni da quelle lente ma incredibili connessioni, eppure in molte persone si genera un senso di malinconia molto forte a ripensarci (chi si vuole fare un bel bagno nostalgico, e ne ha le forze, può ascoltarsi Sempre noi di Max Pezzali e J-Ax, con Mauro Repetto in grande spolvero). Da una parte questa sensazione può essere generata dai ricordi adolescenziali associati alle prime esperienze digitali, dall’altra è la velocità con cui siamo passati da quel web a quello che ci portiamo in tasca tutti i giorni, silenzioso ed essenziale, a renderci così malinconici.

“In principio era il monitor” e l’identità non poteva venire ridotta in termini binari. Chi si connetteva restava all’esterno della macchina o, tutt’al più, metteva in gioco una parte di sé che potremmo definire virtuale, ovvero possibile in potenza. Su Internet o si consultavano informazioni o si entrava in relazione con altre persone in un ambiente distaccato dalla realtà. Il primo www era il regno in cui dominava l’invisibilità, dove si poteva essere qualunque cosa o persona, andare a visitare qualsiasi sito, iscriversi su qualsiasi sito… E appena si staccava la spina si tornava ad essere quelli di sempre. Difficile che a scuola o a lavoro altri sapessero delle nostre visite nel regno virtuale.
E poi cosa è successo?
Qualche anno fa, era il 2008 (non ricordavo la data esatta ma una rapida ricerca su Gmail me l’ha fatta ricordare) mi trovavo a Londra in vacanza e ricordo di avere visto sui bus delle pubblicità di una cosa che in Italia non avevo ancora mai visto: Facebook. Rimasi perplesso, non capivo in che modo le persone potessero essere interessate a stare in relazione con l’immagine delle altre persone. Nel mio immaginario, esisteva ancora la connessione al computer fisso, certamente più veloce di quella di qualche anno prima, ma pur sempre statica. Non potevo pensare che Internet potesse entrare nelle nostre tasche ed esserci sempre. Tornai a casa con una domanda poco lungimirante: chissà se Facebook arriverà anche in Italia?

Con l’arrivo dei social media e grazie al passaggio al mobile, il rapporto tra essere umano e web si è decisamente modificato. Oggi non ci si connette più alla rete, ma si vive all’interno della rete. Come si legge nell’articolo di Carola Frediani i nostri smartphone comunicano continuamente dati e metadati su di noi, sui nostri spostamenti, sui nostri interessi e sulle nostre relazioni. In alcuni casi possiamo decidere di limitare questo flusso di comunicazione ma non sempre questo processo è immediato. Se poi, come si legge, l’ultima frontiera è quella del onboarding, ovvero l’unificazione dei dati online con quelli offline (utilizzando ad esempio le carte fedeltà) è chiaro a tutti il tipo di conseguenze che tutto questo può avere sulla nostra identità. Non solo sul web non si è più perfetti sconosciuti come accadeva all’inizio, ma l’identità balla sul confine tra l’online e l’offline. Detto in altre parole i vari movimenti online, siano essi sui social media o tramite il navigatore di Google Maps, influenzano la costituzione dell’identità. Il mobile elimina la barriera tra l’essere umano e il web e permette all’identità di digitalizzarsi in infiniti tratti.

Alex Krotoski, nel suo libro Untangling The Web, racconta di come negli ultimi vent’anni sia diventato sempre più difficile emanciparsi dalla propria immagine. Non solo infatti ogni essere umano ha conosciuto parti di sé differenti nelle varie fasi della vita attraversate, ma in ciascuna di esse ha potuto scoprirsi diverso a seconda delle situazioni. A sedici anni ero diverso da chi sono adesso, così come sul lavoro mi muovo in maniera differente da come faccio a casa, con gli amici, allo stadio. Il web e il trasloco della nostra identità online ha fatto sì che queste differenze si unissero tra di loro creando un unico profilo. Prendiamo, per esempio, il caso di chi decide di cambiare vita e smettere di usare sostanze stupefacenti. Oltre alle “tradizionali” difficoltà, questa persona dovrà combattere anche Google, Facebook, Amazon, insomma, i colossi del web. Google, avendo tracciato i suoi spostamenti e le sue ricerche, continuerà a proporgli una serie di informazioni legate alla sua vecchia vita. Per non parlare di Facebook, il cui algoritmo è fatto apposta per creare rete a partire dai consensi e dagli interessi in comune. Come scrive Gurvan Kristanadjaja, che su Facebook ha provato ad essere per qualche giorno Ayem e diventare jihadista, il motivo del successo di questo social è creare e mantenere delle comunità di interesse. Dunque, anche se io proverò a cambiare vita, la mia comunità di amici e i miei like, continueranno a parlare al mio posto e Facebook non smetterà di propormi ciò che pensa possa essere di mio gradimento.

Un profilo su Twitter, uno su Facebook, uno su Instagram, uno su Google+, uno su Linkedin, uno su Tinder… Internet sembra offrirci la possibilità di essere in molteplici modi e di cambiare a seconda del luogo in cui ci presentiamo. Ma, a questo punto, è davvero così? Perché forse era più semplice poter sperimentare parti differenti della nostra identità prima dell’avvento del web, o almeno ai suoi albori, che non adesso. Oggi sembra infatti essere molto più difficile differenziare tra le diverse espressioni del nostro sè, tenere separati gli ambienti, limitare gli spazi. Lo storytelling, che pur ci offre molte opportunità soprattutto in ambito professionale, rischia di diventare come la neve che, quando cade, elimina le differenze tra gli oggetti rendendo il panorama tutto uguale (devo questa bella immagine al romanzo Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti). Sul web si pensa di poter essere in tanti modi diversi, ma più si accumuleranno dati su di noi, con o senza il nostro consenso, più la nostra identità potrebbe appiattirsi e arrivare a limitare i nostri stessi pensieri e movimenti.


Scritto da Alberto Rossetti | @AlbeRossetti

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