Tre. L’elefante negato ma diffuso. Non posso scegliere se vedere o non vedere qualcosa perché nel web tutto è in mostra

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“Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina  bianca, di pensare per immagini”.

Difficile non aver visto la foto del piccolo Aylan Kurdi, bambino siriano di tre anni morto nel tentativo di scappare dalla guerra. Attraverso i social media e i media tradizionali l’immagine di questo piccolo bambino senza vita è circolata sui dispositivi mobile e sui PC delle persone in gran parte del mondo. La reazione è stata di indignazione per quanto sta succedendo in Siria da parte dell’opinione pubblica e numerosi politici hanno abbandonato le proprie posizioni per aprire a discorsi di accoglienza e aiuto alla popolazione in fuga dalla guerra. Possibile, però, che tutto questo sia partito dopo una fotografia? Possibile che l’opinione pubblica e i politici non sapessero nulla delle morti di tanti altri migranti? E allora perchè è stata utilizzata quell’immagine per dare il via ad una politica differente, almeno sul piano dell’accoglienza dei migranti?

L’immagine, escludendo a questo punto ogni giudizio morale, sembra diventare uno strumento nelle mani di qualcuno per poter raggiungere determinati obiettivi. Nel caso di Aylan l’obiettivo è certamente “positivo”, ma in tanti altri casi le immagini vengono usate per spostare l’opinione pubblica verso obiettivi meno nobili. Prendiamo ad esempio il caso di Matteo Salvini e il suo utilizzo delle immagini. L’11 settembre pubblica una foto di alcune persone immigrate dall’Africa con il commento “Ieri hanno bloccato Macerata…Profughi?”. L’immagine non è presa a caso. Rispetto alle foto che siamo abituati a vedere di chi emigra, queste persone sono ben vestite, uno sta fumando, e un altro ha delle cuffie al collo. Chiaramente questa immagine non combacia con lo stereotipo diffuso del migrante… E Salvini cavalca l’onda. Ma perché? Perché il primo commento al suo tweet dice “Ben vestiti, con sigarette e smartphone…ma quali profughi d’Egitto???”. L’immagine ha un grosso potere che i social media e i dispositivi mobile contribuiscono ad amplificare.

“Quale sarà il futuro dell’immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la “civiltà dell’immagine”? Il potere di evocare immagini in assenza continuerà a svilupparsi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate? Una volta la memoria visiva d’un individuo era limitata al patrimonio delle sue esperienze dirette e un ridotto repertorio d’immagini riflesse dalla cultura; la possibilità di dar forma a miti personali nasceva dal modo in cui i frammenti di questa memoria si combinavano tra loro in accostamenti inattesi e suggestivi. Oggi siamo bombardati da una tale quantità d’immagini da non saper più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione. La memoria è ricoperta da strati di frantumi d’immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo”.

Qui Calvino è molto duro nei confronti della società dell’immagine. È forse possibile che si stia sviluppando una società dell’immagine ancora più estrema di quella di cui parla Calvino. In un certo senso si ha l’impressione che nel digitale, in particolare sui social media ma non solo, la nostra identità sia stata confusa con l’immagine. Non solo le foto, ma i video, i commenti, i post… Tutto risponde ad una domanda: Che tipo di immagine ho di me? Che tipo di immagine gli altri hanno di me? Che tipo di immagine penso/voglio/spero gli altri abbiano di me? L’immagine domina e ci domina. Ma in questo modo l’immagine, facilmente manipolabile, è spesso anche presa dentro a immagini collettive create ad arte, guadagnando in consistenza, in senso fisico e perdendo in leggerezza.

Se immaginare equivale a toccare ciò che è in potenza e virtuale significa “ciò che è in potenza ma ancora non è”, possiamo dire che immaginare è diventato toccare ciò che ancora non è, ovvero toccare il virtuale. In pratica stiamo tentando di toccare il virtuale trasformandolo in reale, senza renderci conto, però, che così escludiamo tutte le possibilità che l’immaginazione ci offre. Abbiamo già parlato di selfie, ma questo articolo trovato su Vice dà un’idea ancora più evidente di come il valore dato alle immagini postate sui social network abbia già sfondato i confini del virtuale per imporre la sua gerarchia nel reale.

Ormai così pervasive le immagini sono diventate sfondi alle nostre vite (reali o virtuali) ed è difficile negarle, perché ci colgono nel nostro intimo senza che noi ce ne rendiamo conto e perché ne siamo attratti per la loro immediatezza e il loro essere universali. Il bambino sul bagnasciuga ne è un valido e triste esempio: il meccanismo che ha generato è stato un batti e ribatti di sensazioni contrastanti tra chi discuteva se fosse il caso di pubblicarla o no; e se anche qualcuno avesse deciso a priori di non vedere quella scena perché riteneva sufficienti le descrizioni e i commenti, non avrebbe potuto salvaguardare i propri occhi in nessun modo. Ma allora la libertà di non vedere dov’è? Dov’è finito lo spirito di autoconservazione e autoprotezione che ci permette di custodire la nostra immaginazione? La nostra memoria visiva è diventata un campo aperto in cui può entrare di tutto e tutto si confonde con le nostre esperienze dirette al punto che quel bambino diventa il nostro bambino. E, come con l’elefante, diventa impossibile negarlo perché ormai ha attivato uno scenario profondo di emozioni che ci hanno segnato; ma fino a quando?

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