Due. L’elefante di cui nessuno vuole parlare: la sottile linea tra guarda me (selfie) e guarda come me (POV shot), ovvero come non lasciare niente, ma proprio niente, all’immaginazione

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“Quale sarà il futuro dell’immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la “civiltà dell’immagine”? Il potere di evocare immagini in assenza continuerà a svilupparsi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate?”

Colpisce sempre di più come il selfie sia diventato un genere narrativo a tutti gli effetti, con la sua microgrammatica composta da pose, boccacce, condivisioni con hashtag che sono vere e proprie frasi; con le sue situazioni straordinarie in cui è necessario marcare la nostra presenza: funerali, feste, eventi, luoghi particolari e famosi; e con l’arrivo di strumenti che ne migliorano le prestazioni: il selfiestick. Colpisce perché ormai non è più possibile trovare un ambito in cui il selfie sia fuori luogo: l’ultima tendenza a quanto pare è la #selfiedivorce, ovvero farsi un selfie dopo aver firmato il divorzio, come per dire “Noi stiamo bene, divorziare è cool!” e poi aggiungere un bello smile ;). Ma tutti ricordiamo ancora Obama al funerale di Mandela o Arisa seduta sul wc (lo spettacolo è orrendo, il link non ve lo mettiamo).

Ogni situazione, momento della vita, può essere ripreso attraverso un selfie che, di fatto, non racconta nulla dell’ambiente intorno a noi (in questo è molto diverso dall’autoscatto), ma mette in primo piano la nostra presenza, la nostra immagine o facciona. Probabilmente i selfie, come anche tutte le altre espressioni di noi stessi sui social network, sono un modo per evitare di raccontare il nulla dei giorni ordinari, cioè la maggior parte del nostro tempo. Offrire risalto allo straordinario non significa forse mettere in secondo piano la quotidianità che può avere ben poco da raccontare?

Dall’altra parte, all’opposto del selfie, troviamo il POV shot (nel link, occhio allo schemino), ovvero il mostrare agli altri quello che vediamo noi. Inizialmente, grazie alle telecamere montate sui caschetti, venivano immortalate alcune discese roccambolesche sulla bici, oppure sport ad alto contenuto di adrenalina. Ma se avete bazzicato su Periscope, vi sarete già resi conto di quanto possa essere noioso vedere la vita degli altri in diretta. Forse il lusso di mostrare se stessi nella quotidianità potrebbe essere riservato solo alle persone famose, la cui vita privata ha sempre destato grande interesse. Solo loro possono fotografarsi in situazioni ordinarie perché la straordinarietà è in loro stessi, nella loro immagine (vedi Gianni Morandi che fa giardinaggio, sbuccia i piselli o chissà cos’altro).

Un corto circuito potentissimo succede invece quando i personaggi famosi scattano selfie in situazioni straordinarie: la notte degli Oscar, Totti nel derby, il Papa con dei ragazzini… Se sono loro che ci fanno vedere il loro punto di vista la nostra immaginazione può arricchirsi di particolari: quali sono le emozioni prima dell’ingresso in campo per una partita importante? Cosa vede un attore durante le riprese di un film? Per loro diventerebbe una sorta di backstage perenne e forse, per non svelare i trucchi (avete visto The Prestige di Nolan?), si creerebbe una narrazione della narrazione che potrebbe essere a sua volta manipolata creando un ulteriore corto circuito (quello che in pratica succede in Birdman quando alla fine non distinguiamo più realtà, finzione e immaginazione).

In caso contrario il rischio è che, per rendere interessante il proprio punto di vista, ci si debba inventare qualche cosa di forte o estremo. È il caso di molti adolescenti che filmano le loro imprese e, all’eccesso, di Vester Flanagan che è tristemente diventato famoso per essersi ripreso con la telecamera del suo cellulare mentre in Virginia uccideva due ex colleghi (oltre ad averlo fatto in diretta TV per avere entrambe le prospettive). Palesare il proprio punto di vista non è stato il motivo che lo ha spinto a compiere un duplice omicidio, ma indubbiamente, da esperto del settore giornalistico, sapeva che in quel modo il suo gesto avrebbe avuto una visibilità fuori dal comune. A vedere quelle immagini e il modo in cui Van Sant segue i protagonisti con la macchina da presa in Elephant vengono i brividi. L’atto di Flanagan ha riaperto un dibattito mai veramente chiuso tra chi sostiene che sia giusto rendere pubbliche certe immagini e chi no. Tra chi sostiene che l’urgenza della Storia sia più importante della sensibilità delle persone.

“Una volta la memoria visiva d’un individuo era limitata al patrimonio delle sue esperienze dirette e un ridotto repertorio d’immagini riflesse dalla cultura; la possibilità di dar forma a miti personali nasceva dal modo in cui i frammenti di questa memoria si combinavano tra loro in accostamenti inattesi e suggestivi. Oggi siamo bombardati da una tale quantità d’immagini da non saper più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione. La memoria è ricoperta da strati di frantumi d’immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo”.

Questa stessa diatriba si è poi ripresentata qualche tempo dopo, in forma ancora più tremenda, nel caso della foto del bambino siriano. Solo allora l’elefante in salotto è diventato visibile, forse perché s’è mosso e ha rotto irrimediabilmente qualcosa a noi molto caro.

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