L’aula cinese

— Non ho l’ispirazione — dice Pietro.
L’aria, in un’aula di prima scientifico, alla quinta ora, in una giornata di novembre, è carica. Dentro ci stanno: odore di ormoni e di gomme da masticare, cigolii di sedie, magnetismi adolescenziali percepibili dall’adulto – ma non più decifrabili -, luci al neon e una sospetta vaporizzazione di sostanze soporifere che provocano sbadigli a ripetizione.
— Te la devi far venire, questa ispirazione, che qui o facciamo notte o consegni questo tema in bianco — gli risponde Francesca.
Pietro è un ragazzino intelligente. Francesca è la sua insegnante di sostegno.
Pietro non ama tutto ciò che è sociale: regole, contatti, relazioni, scambi, convenzioni.
O meglio, lui ama averne di sue, regole e convenzioni, e Francesca, in questi mesi di convivenza, aveva imparato a conoscerle tutte. Il portapenne di Pietro deve stare sempre nella stessa posizione del banco, in alto a destra, e mai spostato. Il diario non può toccare i quaderni, ma i libri sì. Le penne vanno sempre chiuse dopo l’utilizzo, per non far seccare l’inchiostro. La fine di un pennarello deve essere celebrata con la stessa tristezza e afflizione che si scorge a un funerale. I gatti e i Lego sono due entità sacre, non vanno nominate invano, e mai, mai parlare a voce alta: per Pietro è come una pugnalata dritta nel cervello.
— L’ispirazione non viene. L’ispirazione o ce l’hai o non ce l’hai.
Pietro è lapidario, come sempre.
— Va bene, ho capito, andiamo a cercarla — dice Francesca, alzandosi in piedi, piena di iniziativa. — Si potrà almeno trovare, questa ispirazione, no?
— È la prima cosa intelligente che dici di oggi — commenta Pietro, alzandosi a sua volta. — Non perdiamo tempo.

— Cosa fate? — chiede la professoressa Vincoli, che vede i due uscire.
— Andiamo a cercare l’ispirazione, — le risponde sicuro Pietro — in quest’aula non ce n’è nemmeno una briciola.
I compagni li guardano con invidia, la professoressa con irritazione.
Loro se ne fregano di tutto e di tutti, ed escono.

Lo scenario che si presenta in un corridoio di una scuola superiore, alla quinta ora, in una giornata di novembre, è post apocalittico. Svuotato dopo la grande invasione dell’intervallo, ne porta gli evidenti segni. Macchie di caffè, tovaglioli ciancicati, cartacce, lattine rotolanti, briciole e resti di panini creano una gincana di difficile superamento. Le porte semi aperte dei bagni, lasciano intravedere pavimenti lucidi e umidicci.
— In molti dicono che standosene sul water si trovi l’ispirazione — dice Pietro, indicando il gabinetto dei maschi. — Ma qui, poco fa, c’è stata una rissa e, secondo me, dove c’è stata una rissa non ci può essere ispirazione.
— Sono d’accordo.
— Bene, allora continuiamo la ricerca.
— Dove ci dirigiamo?
— Vorrei andare nell’Aula Cinese.
— Fin laggiù?
— Fin laggiù. L’ispirazione non è portata di mano.
L’Aula Cinese è un luogo segreto di Pietro e Francesca: un’aula in disuso, dall’altra parte della scuola, riconoscibile per un vecchio e rosicchiato poster di una geisha che sta appeso alla parete di fondo. Francesca aveva detto a Pietro che le geishe sono giapponesi, ma lui non le aveva dato ascolto: per lui quella donna misteriosa, con il viso coperto da uno spesso strato di cerone bianco, era inequivocabilmente cinese.
Una cinese vestita da giapponese per il gusto di imbrogliare tutti. Ma a Pietro non la si fa: — Io l’ho capito dagli occhi che è cinese.
E con questa affermazione aveva chiuso la questione.

Il viaggio non sarà facile: bisogna passare davanti all’Ufficio del Preside senza esserne risucchiati, si deve percorrere l’atrio senza essere visti dal portinaio Adriano, reincarnazione di Cerbero, ma, soprattutto, bisogna riuscire a passare indenni davanti alla quarta C, la classe di Bruno Sedizi, energumeno pluribocciato e panzuto, che sparge terrore tra alunni e insegnanti.
Pietro manda Francesca in avanscoperta.
— E se vedo l’ispirazione? — chiede lei — Non è che poi scappa e tu te la perdi?
Pietro la guarda scoraggiato; le deve spiegare tutto: — Davanti all’ufficio del preside? Ti pare possibile che l’ispirazione si aggiri in un posto tanto noioso e grigio?
— Giusto. Sai, non sono una grande esperta di posti in cui cresce l’ispirazione.
— Direi che sei proprio ignorante in materia: l’ispirazione non cresce come le zucchine. L’ispirazione si cela, si copre, gioca a nascondino.
Francesca, intanto, fa segno a Pietro di zittirsi. Poi, guardinga, sbircia attraverso la tendina di bambù abbassata sulla porta dell’ufficio: — Direi che non c’è — sussurra Francesca, contenta — Via libera!
Quando si volta, davanti a sé non trova Pietro, bensì il faccione del preside.
— Cercavo giusto lei, prof.sa Conforte — le dice. — Dovrebbe mettermi alcune firmette sugli ultimi verbali… le avevo scritto una mail per ricordarglielo, l’ha letta?
E ora? Pietro è sparito e lei non può far altro che farsi risucchiare.

Pietro l’aveva portata lì apposta. Lui sapeva che l’Ufficio del Preside è una sorta di buco nero per gli insegnanti che vi orbitano troppo vicini.
Non voleva offendere Francesca, ma l’ispirazione si cerca da soli.

Adriano, il portinaio, sta leggendo un libro. Pietro si acquatta e cerca di fare meno rumore possibile. Il passaggio è delicato: Adriano non permette a nessuno del biennio di andare nell’ala dedicata al triennio: se lo fermasse, lo manderebbe in classe senza ascoltare ragioni.
Pietro striscia.
Striscia e sente il fruscio di una pagina voltata dal portinaio, sente l’odore di pelle delle sue scarpe, sente il freddo del pavimento sotto i palmi delle mani.
— Ancora tre metri — si dice Pietro. — Due metri, ed è fatta. Un metro e…
La campanella.
La campanella ha su Pietro lo stesso effetto che potrebbe avere su un altro un trapano acceso a un centimetro dalle orecchie. Pietro sobbalza, Adriano lo vede, la campanella smette di strillare: può togliersi le mani dalle orecchie e scappare via. La voce di Adriano lo rincorre, ringhiosa, ma le gambe del portinaio non si scomodano, lasciando il tempo a Pietro di volatilizzarsi.
— E tu chi sei?
Lo sapeva.
Corri, corri, ed è finito proprio sulle budella pronunciate di Bruno Sedizi. Pietro lo guarda da sotto in su e si sofferma a contare i peli del naso di quella montagna. Non si stupirebbe se da quelle larghe narici uscisse del fuoco. Bruno è sempre fuori dall’aula, cacciato dai professori che con lui in classe non riescono a fare lezione, è il re indiscusso del corridoio.
Pietro non gli risponde.
— Un primino come te cosa ci fa, qui, nel mio territorio? Si è perso?
Non sono parole, sono minacce. Ma Pietro sa cosa fare per togliersi da quella situazione. Deve pagare pedaggio, o non ne uscirà. Rovista nelle tasche. La penna blu giammai, e poi al gigante non interesserebbe. Il portachiavi della Lego è sicuramente più importante del suo fegato: non se ne può separare. Salta fuori il suo vecchio laser verde. Gli dispiace, ma sarà lui il suo lasciapassare. Glielo porge. Bruno fa per prenderlo, quando Pietro cambia idea. Si rende conto che vuole tenerlo con sé, non può abbandonarlo in quelle mani da troll, così lo stringe, forte, più forte che può e schiaccia inavvertitamente l’interruttore. Il laser spara un fascio verde dritto negli occhi di quel prepotente. Bruno urla come un indemoniato, accecato, Pietro scappa, la professoressa della quarta C esce dalla classe sbraitando: — Sedizi, io ti sospendo!

La finta geisha guarda Pietro maliziosa, da dietro un ventaglio rosso lacca.
Ce l’ha fatta. Con le orecchie doloranti, con il fiatone, con il cuore che ancora non ha trovato il suo ritmo, ma è lì, nell’Aula Cinese.
A questo punto Pietro aguzza la vista. L’ispirazione lui lo sa, lui se lo sente, è lì e lo sfida a trovarla. Prima Pietro guarda in alto: se la immagina volante, l’ispirazione. Ma nulla, c’è solo il soffitto grigio, fatto di tristi pannelli di plastica.
Poi guarda tra i banchi, negli armadi, nel cassetto della cattedra. Trova solo tanta polvere.
— Pensavo fossi un bravo osservatore.
Una vocina lo richiama all’ordine.
— Io sono un ottimo osservatore, mia cara ispirazione.
— Ma non mi hai ancora trovata.
Pietro odiava perdere.
Chiude gli occhi e poi li riapre. Tutto identico. Ancora. Non può mollare. Chiude gli occhi e poi li riapre. Un movimento. Un impercettibile movimento laggiù, sul davanzale.
Pietro corre.
Una formica. Una formica che gli dice: — Ciao.
— Sei tu l’ispirazione? — chiede lui, grattandosi la testa
— Deluso?
— Un po’. Non mi piacciono gli insetti.
— E cosa ti aspettavi?
Pietro ci pensa.
— Uno spirito?
— Quindi tu pensavi che una buona ispirazione si dissolvesse nell’aria, come un soffio.
— No… forse mi aspettavo una luce!
— Bah, sempre roba effimera, che va e che viene. Pessima, pessima immagine. Io qui, a lavorare per te, ad aspettarti. E tu mi immagini come un fantasma luminoso.
— E cosa avresti fatto, sentiamo!
— Ho fatto quello che so fare meglio: ho messo da parte.
— Cosa?
— Quello che ti frulla nella testa e poi getti via, manco fosse carta straccia. Io l’ho ricompattato e guarda qui: questa è la montagnola di esperienze, idee, sensazioni, nozioni, parole che pensavi di non usare. L’ho fatta con i tuoi scarti.
Vicino alla formica c’è, in effetti, una riserva fatta di una miriade di bricioline. Pietro le tocca.
— Prego, prego, non fare complimenti — gli dice la formica — assaggiane una!
— Che schifo! — dice Pietro. — Qui è tutto sporco. E queste qui saranno qui da chissà quanto tempo…
— Insisto. Una sola.
Pietro ne appiccica una al dito e la porta alla bocca.

— Pietro, sei qui?
La porta dell’Aula Cinese si apre cigolando. Francesca ha un’espressione preoccupata.
— E dove dovrei essere? — risponde Pietro spavaldo.
— Mi hai fatto prendere un tale spavento! Ma perché sei scappato così, quando è arrivato il preside?
Che noia Francesca, pensa Pietro. Gli porge un foglio scritto.
— Qui c’è il tema.
— Il tema?
— Il tema.
— Hai trovato l’ispirazione!
— Certo.
— E com’è?
— Una gran lavoratrice.
— Ora non perderla.
— Ora so dov’è.


Scritto da Chiara Giordano | @laprimente

Immagine di copertina di Franco Matticchio

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