21th century schizoid musician (parte 2 di 3)

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A proposito della creatività in musica.

Come potete immaginare il tema è vastissimo; per renderlo più agevole opererò alcune riflessioni che non hanno alcuna pretesa di essere esaustive.

1) distinzione tra la scintilla di creatività pura e la capacità di svilupparla (quest’ultima di solito inserita in una tradizione stilistica/temporale).

Per intenderci: dato un frammento melodico che un compositore crea dal nulla, i modi di svilupparlo cambieranno se l’autore è Claudio Monteverdi o Gene Simmons o Ravi Shankar.

Qualsiasi corso di composizione di ogni scuola che si rispetti spiega infatti come realizzare coerentemente – nello stile prescelto – l’idea iniziale, che si tratti di una fuga a quattro voci o un arrangiamento per big band o un brano per shredder in erba; è ovvio che anche nello sviluppo di un brano c’è una componente creativa, ma in misura di solito minore rispetto all’idea iniziale.

Aggiungo che tanto più lo stile specifico è caratterizzato da regole molto precise e chiare, tanto più è probabile che gli sviluppi diventeranno prevedibili: per esempio non mi aspetto un assolo di oboe in un album di Joe Bonamassa, o l’urlo growl in una performance di Adele.

E quindi diventa evidente che tanto più vengono integrate le “cose che non ci si aspetta” tanto maggiore è il grado di creatività anche nello parte di sviluppo di un’idea.

Paul McCartney inserisce un assolo di flicorno a metà di Uncle Albert/Admiral Halsey

2) Grado di “eversione” che ogni musicista/autore (interessante) realizza rispetto alla tradizione codificata fino a quel momento di un modello specifico: è evidente che se ci si muove in maniera creativa all’interno di canoni forti e ben definiti si potrà far risaltare molto di più l’allontanamento dal modello iniziale, esaltando la vera espressione dalla propria originalità.

Per esempio, se prendiamo la classica forma blues in 12 battute di cui Sweet Home Chicago è un esempio molto noto, possiamo qui ascoltare la celeberrima versione di Robert Johnson; in quest’epoca lo stile blues era ancora in evoluzione e dunque struttura e forma sono ancora incerti (nel senso positivo del termine, cangianti, in progress).

Qui la versione codificata e perfetta (quasi un brano di musica classica, concettualmente) dei Blues Brothers, che infatti è servita a modello a centinaia di gruppi r&b e soul.

Ed ecco come tre grandi e celebri artisti della nostra epoca hanno riformulato questa struttura secondo i loro bisogni, cambiandola al punto da realizzare il simpatico paradosso che se non si presta attenzione probabilmente non ci si accorge neanche che sono blues.

3) La varietà timbrica; la storia della musica è fatta (anche) della storia degli strumenti musicali; senza l’invenzione del pianoforte la musica classica sarebbe probabilmente differente, così come il jazz senza il sassofono, e possiamo immaginare che un album dei Rolling Stones privo di batteria, chitarra e basso elettrici, Hammond e sintetizzatori vari sarebbe forse meno affascinante. Un timbro inaspettato spesso caratterizza in maniera fortissima una composizione musicale. Mi vengono subito alla mente questi esempi:

Tubular Bells, Mike Oldfield (il brano prende il nome dallo strumento).

Superstition, Stevie Wonder (il suono della tastiera, in questo caso un clavinet)

Voodoo Chile, Jimi Hendrix (il wah wah della chitarra)

Grapevine, Zapp And Roger (il vocoder sulla voce)

4) Elemento estraneo: quando si mescolano arbitrariamente elementi estranei a culture che non li prevedono, utilizzando timbri o modelli compositivi alieni alla matrice originale:

I Beatles usano il sitar per primi nel pop occidentale.

I Beach Boys usano il Teremin.

I Rolling Stones inseriscono il coro bianco Bachiano di Londra e il corno francese.

John Coltrane abbraccia il jazz modale (e i canoni della cultura musicale indiana) distruggendo e rielaborando My Favorite Things.

Terry Riley mescola vari tipi di esperienze musicali (jazz, minimalismo, musica indiana, improvvisaizone) e crea un vortice che continua ad alimentare in tempo reale sovrapponendosi all’infinito.

Don Ellis titola un brano con la sua scansione ritmica (pratica tipicamente indiana)”The Traditional 19″ – 33 222 1 222.

5) L’uso dello studio di registrazione come strumento. Gli esempi sarebbero migliaia, ma trovo particolarmente interessanti questi due brani:

che sono stati i veri precursori dei metodi contemporanei di costruzione e sviluppo della musica.

Tommorrow Never Knows è caratterizzato dall’uso di loop; ricorrono infatti vari effetti sonori (realizzati con degli anelli di nastro, donde il nome) lungo tutto il corso del brano.

Sorprendente considerare che l’uso dei loop anticipato qui dai Beatles sia una prassi comune per i contemporanei, specialmente per chi si occupa di musica elettronica.

How High The Moon è invece un esempio della tecnica di sovrincisione “sound on sound” di Les Paul, uno dei primi musicisti a realizzare questo effetto. In sostanza nel brano (esattamente come abbiamo sentito ieri fare a Jacob Collier) ci sono più incarnazioni di Les Paul e varie parti vocali di Mary Ford. Per l’epoca un effetto rivoluzionario.

Incredibile considerare che mentre negli anni ’50 e ’60 per poter usare queste tecniche allora all’avanguardia (uso dei loop, sovraincisioni, uso degli effetti) bisognava aver accesso a studi del valore di milioni di dollari, oggi invece quasi tutto l’apparato tecnologico necessario è disponibile on line spesso gratuitamente (e open source): utilizzando un qualsiasi pc non particolarmente potente è possibile ricreare questi effetti e crearne ex novo molti altri.

Leggi la prima puntata.
Leggi la terza puntata.

2 pensieri su “21th century schizoid musician (parte 2 di 3)

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