Della complessità o cinque cose da sapere sulla Molteplicità

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La difficoltà della molteplicità

Probabilmente siamo di fronte alla lezione più difficile tra tutte, almeno la più complessa perché molteplice in se stessa e perché più concentrata sull’interesse primario di Calvino: la letteratura. Questa quinta lezione si pone come un manifesto programmatico, una sintesi di quanto detto finora, come se leggerezza, rapidità, esattezza e visibilità fossero strati della molteplicità, elementi semplici che originano qualcosa di complesso. Finora Calvino ci ha dato gli attrezzi che ci servono, ora mettiamo tutto insieme.

Nonostante però questa differenza sostanziale Calvino coglie lo stesso dei concetti molto attuali: parla di “rete” ed “enciclopedia aperta”, che rispetto ad altre nozioni trovate nel corso delle lezioni, sono intrinsecamente più complesse e molteplici, anzi sono complessi proprio perché molteplici.

Quella che prende forma nei grandi romanzi del XX secolo è l’idea di un’enciclopedia aperta, aggettivo che certamente contraddice il sostantivo enciclopedia, nato etimologicamente dalla pretesa di esaurire la conoscenza del mondo richiudendola in un circolo. Oggi non è più pensabile una totalità che non sia potenziale, congetturale, plurima.

Una totalità è plurima ed è composta da elementi che si collegano e richiamano tra loro: quello che pensa Calvino in fondo è l’idea del prototipo, inteso sia come elemento concreto ed esemplare di una categoria, quello più rappresentativo che possiede le qualità più pertinenti per stare in quella categoria, sia come idea di prototipicità, ovvero l’insieme delle proprietà per cui possiamo avere più elementi prototipici nella stessa categoria. L’intuizione della molteplicità è proprio questa, cioè che ogni elemento della narrazione è un miscuglio di categorie e che come tale può essere descritto, aprendo innumerevoli punti di collegamento. Questo significa avere un modello distribuito invece che un modello statico, in pratica una rete. Infatti Calvino aggiunge:

Sono giunto al termine di questa mia apologia del romanzo come grande rete. Qualcuno potrà obiettare che più l’opera tende alla moltiplicazione dei possibili più s’allontana da quell’unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.

Effettivamente anche noi, in quanto esseri unici, siamo dei prototipi. Trasportiamo informazioni (il nostro codice genetico) e siamo soprattutto il frutto molteplice di dati organizzati nell’unico modo possibile per la vita. Quello che aggiunge Calvino è la voglia di essere prototipi del mondo, coloro che possono parlare per conto di tutto. La responsabilità di questa suggestione è evidente perché se il Self, l’Io in termini psicoanalitici, dovrebbe stare fuori dal testo, non ne è escluso l’inconscio, ciò che in qualche modo ci porta a parlare. Il web è il campo della molteplicità e dell’incrocio delle lingue, sebbene il rischio concreto sia di perdere le differenze con le applicazioni che tendono a omogeneizzare i contenuti. Altra possibilità è che il web possa trasformarsi nel regno del caos, anche se non è quello di cui si parla in questa lezione in cui la molteplicità viene regolamentata da leggi anche molto strette. La domanda allora è: come dare espressione a tutto questo? Come non fare della molteplicità un’accozzaglia di commenti, post, opinioni? Come costruire una narrazione collettiva che abbia senso?

Noi siamo la somma, il sugo

Il Professore di Filosofia ed Etica dell’Informazione dell’Università di Oxford Luciano Floridi, durante un recente incontro al Nexa di Torino, ha detto che l’umanità di oggi potrebbe considerarsi come i figli benestanti di genitori che hanno faticato per generazioni al fine di consentirci di stare bene, come se il frutto dei sacrifici effettuati finora dall’umanità potesse permetterci di vivere lavorando meno. Questo è anche e soprattutto legato alla tecnologia e alle applicazioni che potrebbero tornare davvero utili per sostituire tutti quei lavori in cui la mansione principale è essere un’interfaccia, per esempio il cassiere/la cassiera al supermercato (come già sta avvenendo). Conseguentemente noi saremo costretti a compiere più micro-azioni: al supermercato passeremo noi i prodotti sullo scanner, saremo noi a prendere la pompa della benzina e riempire il nostro serbatoio (come già succede), sarà il medico a segnarsi gli appuntamenti in agenda senza bisogno di una segretaria. Se dunque la direzione intrapresa è questa, i lavori ancora possibili per l’uomo rimangono quelli che necessitano di un’alta formazione e qualifica. Va da sé che non tutti possono possedere queste caratteristiche, pertanto la mole di inoccupati è destinata a crescere. Quindi? Come risolviamo questo problema?

Una proposta che forse meriterebbe un approfondimento e una considerazione maggiore è quella del reddito di cittadinanza attiva, ovvero un reddito di cittadinanza da offrire a chi, inoccupato, decide di prendersi cura del bene pubblico, di dedicarsi alla cultura, di intervenire nel sociale.

Non rifiutiamo la complessità

Calvino spinge la sua ricerca oltre i confini di se stesso. Compie un magnifico sforzo di astrazione cognitiva che sfocia nel più razionale dei ragionamenti. Si augura che la rete, l’enciclopedia, il prototipo molteplice possa superare la propria narrazione, il self. Non solo per poter riconoscere e comprendere altri io simili a se stessi, cosa che facciamo molto spesso grazie all’empatia, ma “per dare la possibilità a ciò che non ha parola di poter parlare”.

Ma forse la risposta che mi sta più a cuore dare è un’altra: magari fosse possibile un’opera concepita al fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’ocello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica…

Wu Ming fa dell’essere molteplice uno strumento di lotta e di decodifica della realtà. Per originalità e complessità, anche solo numerica, cos’è il collettivo se non un prototipo? Il caso di Wu Ming è particolarmente calzante perché il loro racconto, che sia esso letterario o d’inchiesta, non è spaventato dal molteplice e anzi lo esalta, facendolo tendere verso il superamento del self narrativo cui fa riferimento Calvino.

Inoltre, grazie alla sezione commenti del blog Giap, Wu Ming ha costruito una visione molteplice dei fatti narrati: ogni utente ha la possibilità di scrivere la propria opinione in modo costruttivo, allargando in direzioni reticolari gli argomenti. Nei fatti questo comporta un discreto lavoro di moderazione per evitare episodi di trollaggio spinto o scazzottate telematiche poco simpatiche, però appare evidente che la narrazione globale trae giovamento e linfa dalle discussioni che riesce a originare. A livello testuale poi sembra che i commentatori si adattino al tono e allo stile del post originale creando nella sede del blog un’unità complessiva molto forte, che può avvalorare o contrastare le tesi espresse da altri.

All’interno di questa unità narrativa noi troviamo diverse voci che possono essere in accordo e in contrasto, possono aggiungere o togliere, possono rivolgersi all’infinitamente ampio o all’infinitamente dettagliato. Il lavoro dei moderatori quindi è quello di normalizzare e riportare sulla giusta rotta le questioni; comportandosi in questo modo però il rischio è quello di contraddirsi, di accettare tutti i punti centrifughi e lasciarsi trasportare.

Complessità significa contraddizione?

Sembra dunque delinearsi una questione fondamentale: accogliendo tutta la complessità necessaria, diventiamo contraddittori? Proviamo a complicarla ulteriormente con uno spunto proveniente dall’attualità.

È di questi giorni la notizia che Umberto Eco e altri autori, editori e curatori legati alla casa editrice Bompiani del gruppo Rizzoli Corriere della Sera (confluito con Mondadori in un unico super gruppo sintetizzato in “Mondazzoli”) abbiano dato vita a una nuova casa editrice chiamata “La nave di Teseo”, nome che richiama alla mente un paradosso greco riguardante il concetto di identità. Pare che nel corso del tempo i pezzi che componevano la nave di Teseo siano stati sostituiti a causa del loro progressivo deterioramento, fino a quando non ne restò più nessuno originale. Ma quella “nuova” nave formata con le sostituzioni poteva essere ancora la nave di Teseo o era un’altra? Chiaramente possiamo pensare il paradosso anche riferendolo alle persone: le nuove esperienze e conoscenze che acquisiamo e che ci rendono molteplici, ma anche i mutamenti fisici che con il passare del tempo subiamo, ci rendono persone diverse?

Per la poca esperienza filosofica che abbiamo ci accontentiamo della risposta trovata in questo video su Youtube dove, oltre a fornire un esempio informatico molto calzante, si dice che sì, la nave è sempre la stessa perché “l’esistenza non è ciò che è, ma è ciò che avviene (…). Una cosa che è non è detto che avvenga, ma sicuramente una cosa che accade, di sicuro sta avvenendo (…). L’essenza di una cosa è da qualche parte, ma la sua esistenza è nell’avvenire, è nell’accadere, è nel tempo”. Un po’ più nel dettaglio scende Pier Luigi Fagan in questo articolo preso dal suo blog che si chiama, neanche a dirlo, “Complessità”. Quello che ci preme dire, però, è che per quanto possiamo essere molteplici, complessi e contraddittori, siamo sempre noi stessi e come scrivono Walt Whitman nel Canto di me stesso (51) e Arturo Graf ne Le rime della Selva: canzoniere minimo, semitragico e quasi postumo conteniamo moltitudini, anzi addirittura l’intero universo.

Abbracciare le nostre contraddizioni dunque significa abbracciare noi stessi, accettare il tempo che scorre ed è, per quanto possa sembrare un controsenso, l’unico modo per essere davvero coerenti.

Complessità come metodo di lavoro (grazie anche al web)

Ci sembra ora corretto essere un tantino autoreferenziali: questo blog è un altro esempio di molteplicità nato grazie all’esperienza d’uso di strumenti digitali perché, svelando qualche retroscena, vi possiamo dire che se non ci fossero Google Drive e le chat (per un’indagine empirica sui bot, siamo migrati da WhatsApp a Telegram e abbiamo aperto anche il canale: iscrivetevi!), sarebbe impossibile riuscire a portare avanti il progetto. Questo probabilmente vale ora per qualunque tipo di idea, o mission di un ufficio o azienda che, inseriti in un mondo complesso, necessitano di separare in parti più semplici il lavoro da svolgere suddividendo le singole porzioni e affidandole a comparti differenti. Ma, sulla scorta di quanto detto ancora da Floridi in un altro momento dell’incontro al Nexa, sorge un altro dubbio: il mondo sta diventando sempre più complesso per una sorta di spirito evolutivo che porterà l’umanità intera a stare sempre meglio oppure sta semplicemente diventando meno human e più machine friendly? Cioè, ci stiamo tagliando fuori da soli?


L’immagine di copertina si riferisce allo studio di Christopher Reid, Matthew Lutz del New Jersey Institute of Technology sulle formiche legionarie.

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