Sogno di diventare invisibile e di non essere su Peeple

S04E03

Che cosa fareste se per un giorno, un giorno soltanto, poteste diventare invisibili? Se vi stanno venendo in mente solamente pensieri osceni e non vi osate a rispondere perché state leggendo questo post in ufficio non vi preoccupate, possiamo chiederlo a Google.

Alcune persone dichiarano di voler approfittare dell’invisibilità per poter entrare, senza farsi vedere, nella vita degli altri:

“L’essere invisibile ti permetterebbe di sbirciare nella vita di altri senza farti notare…”

“Entrare in casa della gente ke conosco e vedere come vive :P”

Altre utilizzerebbero questa possibilità per non pagare i biglietti e andare in quei posti dove normalmente non si potrebbe andare:

“Vorrei girare per la città e andare in posti dove certe volte non si può andare come il giardino di un condominio che è privato…farei un viaggio in aereo, tanto non pago il biglietto, salirei nelle migliori classi…quelle costose”

“Viaggiare gratis in aereo, nave, treno, visitare ogni luogo senza dover pagare nessun biglietto..”

Alcune persone ne approfitterebbero per fare qualche scherzetto ad amici e nemici…

“Molti skerzi alle persone ke odio”

“Cercherei di scoprire molte verità che riguardano il mio passato per poterci mettere la parola fine, caso risolto. Poi penso che mi divertirei un po’ intorno a gente ignara!”

E per finire, anche se forse avremmo dovuto metterli come primi, gli amanti del genere “amatoriale”:

“Entrerei nello spogliatoio di una squadra di pallavoliste…tu no?!? Lol”

“Va bene, ok, sulle prime dodici ore siamo tutti d’accordo. Andrei in camere da letto, bagni, palestre, spogliatoi e tutto il marcio possibile. E’ inutile negarlo. Ma le seconde dodici ore? Sai che non lo so? “

“Tipo infilarmi dentro casa di una bella topolona?”

Dopo avere letto queste risposte qualcuno può avere pensato: “peccato che nella realtà questo non sia possibile…”. Ma è davvero così?

Prendiamo il primo gruppo di persone, quelle che vorrebbero spiare la vita degli altri senza farsi vedere. Vi è già venuto in mente? Ebbene sì, il successo di Mark Zuckerberg è dovuto certamente alla sua straordinaria intuizione ma anche alla propensione dell’essere umano a voler osservare la vita degli altri (e metterla anche in mostra, ma ci arriveremo). C’è poi il secondo gruppo, quello degli scherzetti agli amici e ai nemici. Prendete una qualsiasi pagina web o un account twitter e leggetevi un po’ di insulti, provocazioni, offese…Oppure pensiamo al fenomeno del cyberbullismo e a quanto le persone riescano a diventare cattivi con in mano uno smartphone. Ricordo un ragazzo che, durante un incontro in un liceo, mi disse: “Ma online si può offendere, è normale…di fronte non hai la persona che stai offendendo ma lo schermo del tuo telefono”. Infine c’è il terzo gruppo, quello che si infilerebbe in uno spogliatoio di pallavoliste. Anche in questo caso non è difficile pensare ai vari siti di pornografia che permettono di soddisfare ogni forma di curiosità. Come si legge all’interno di una delle ricerche fatte dal progetto Steve, termini che fino a qualche anno fa erano sconosciuti alla massa oggi fanno parte del linguaggio comune (mai sentito parlare di fisting o di bukkake?).

Il web consente dunque a tutti noi di fare un’esperienza di invisibilità? In parte sì. Navighiamo protetti dai nostri schermi, evitando lo sguardo dell’altro che potrebbe provocarci vergogna e imbarazzo e, in questo modo, ci muoviamo come fossimo invisibili in un ambiente, quello del web, che sappiamo bene essere reale. A rendere possibile il “sogno” che tutti avevamo da bambini è l’assenza del corpo che online ci permette di muoverci senza farci vedere.

Ora facciamo uno sforzo di immaginazione e immaginiamo di avere un interruttore da qualche parte del nostro corpo che ci consente di attivare o disattivare la nostra presenza fisica. Quando l’interruttore è in modalità on siamo visibili, quando invece è off siamo invisibili. Usciamo di casa con l’interruttore impostato su on e saliamo sul tram. Alla fermata successiva sale il controllore e allora, non avendo il biglietto, impostiamo immediatamente il tasto off ed entriamo in modalità invisibile. Finiamo così il nostro viaggio tranquilli, osservando e ascoltando le chiacchiere delle persone attorno a noi. Scesi dal tram riaccendiamo l’interruttore per poter godere della bella giornata di sole ma restiamo incuriositi da una bella ragazza che ci cammina di fronte e decidiamo di seguirla. Per non dare nell’occhio e sembrare un maniaco accendiamo il tasto off e la seguiamo. La storia potrebbe andare avanti a lungo, ma il punto che intendo toccare è un altro: online funziona proprio così. L’assenza del corpo ci permette di attivare/disattivare la nostra presenza a nostro piacimento.

Abbiamo parlato prima di come Facebook permetta di osservare la vita degli altri. Chiaramente, per far funzionare questo meccanismo, è necessario che ci sia qualcuno che mette in mostra la propria vita, che racconti quello che fa durante il giorno, i pensieri che gli vengono in mente… Online, con più facilità rispetto alla vita offline, si ha però la possibilità di scegliere cosa dire e cosa non dire, cosa far vedere e cosa no, come mostrarsi e come non mostrarsi. La visibilità che il web ci permette, al di là dell’ideale di trasparenza che i teorici utopisti del web raccontano, è molto parziale e manipolabile. La visibilità online, insomma, può essere indirizzata a piacimento. Questo discorso vale per le singole persone, per i personaggi pubblici, per le società che devono vendere i propri prodotti. Si può decidere cosa rendere visibile e cosa no a seconda dell’idea che si vuole risvegliare negli altri. Esattamente come per l’invisibilità, anche la visibilità è resa possibile dall’assenza del corpo, inteso come quella parte di noi che ci obbliga stare all’interno di un limite. Nonostante sia oggi possibile manipolarlo e modificarlo in vario modo, il corpo impone dei confini difficilmente superabili. Online, muovendosi in assenza del corpo, si può invece essere qualsiasi cosa: un’idea, un’altra persona, un oggetto, un pensiero. Per alcuni versi la visibilità online è molto più semplice di quella offline perché una volta che si è capito cosa interessa al proprio pubblico (perché di questo si tratta) basta rappresentare quell’immagine nella maniera che si ritiene più adatta.

Qualche mese fa, in una discoteca di Torino, una ragazza minorenne è stata ripresa mentre aveva rapporti sessuali con un ragazzo all’interno del bagno. Quel video è stato condiviso dai ragazzi di mezza Torino, tramite Facebook e WhatsApp, e i media hanno dato molto risalto al fatto. Ma perché condividere? Alcuni ragazzi mi hanno detto che condividere quel video gli ha dato popolarità all’interno della classe e della scuola. Altri hanno detto che se non lo condividevi e non facevi commenti rischiavi di essere preso in giro e catalogato come “omosessuale”. In entrambi casi sembra essere proprio la visibilità a guidare le mosse di questi ragazzi: nel primo caso pubblicare il video per acquisire popolarità e successo, nel secondo caso pubblicare il video per non rischiare di essere preso in giro.

Questo esempio ci porta all’ultimo punto che volevo toccare con questo post: la visibilità ad ogni costo. Per alcuni ragazzi la condivisione del video è risultata necessaria per dare una certa immagine di sé al resto delle persone. Restare invisibili, non mostrarsi interessati, rischiava di avere effetti negativi. Il web, in alcune circostanze, obbliga infatti alla visibilità. Prendiamo il caso di Peeple, un’app non ancora atterrata nel pianeta web ma che ha già fatto parlare mezzo mondo al punto che l’ideatrice ha già dovuto rivederne il funzionamento. Da un punto di vista della visibilità, per un’app che ancora non esiste, si sono già spesi una marea di parole al punto da far pensare, in maniera non troppo paranoica, ad un preciso piano di marketing (della serie “l’importante è che se ne parli”). Al di là di questo, però, l’aspetto interessante è che questa app ha promesso di recensire gli esseri umani al di là del proprio volere, esattamente come accade per TripAdvisor con i locali commerciali. In pratica io trovo la mia faccia online con un punteggio e una serie di commenti su di me a cui, immagino, potrò rispondere. L’app, come si è detto, verrà rivista e probabilmente non funzionerà in questo modo, ma l’idea di rendere visibili i pensieri che le persone hanno su una determinata persona è inquietante. Primo perché quegli stessi pensieri, per tutti i discorsi fatti fino ad oggi, si muovono a cavallo tra la visibilità e l’invisibilità e non possono essere considerati come espressione di verità. Secondo perché questo sistema obbligherebbe tutti noi a prendere una posizione all’interno del web, a mediare con la nostra visibilità che sarebbe gestita dagli altri e non più da noi. Pensate a quanto tutto questo può essere pericoloso. Immagino sia esperienza comune (non vostra, ma di un amico…) andare su TripAdvisor e soffermarsi sui commenti negativi. A volte ne basta uno e decidiamo di cambiare ristorante, senza soffermarci a pensare su chi può essere l’autore di quel commento. Ma il commento negativo ci condiziona a tal punto da non poter sopportare di andare in quel posto e allora ne scegliamo un altro. Alcuni gestori di locale, per evitare questo fenomeno, rispondono ai commenti, per cercare di limitare l’idea negativa che quel giudizio può generare ma a volte non basta. Se si ripensa all’invisibilità da cui siamo partiti, lasciare un commento negativo ad un ristorante una volta tornati a casa, evitando quindi la discussione con il gestore, può essere un’ottima arma da utilizzare quando, per esempio, pensiamo di avere aspettato qualche minuto in più del dovuto o di avere speso troppo. Insomma, i motivi che stanno dietro ad una recensione possono essere tantissimi, ma l’effetto negativo è uno solo.

Peeple, per fortuna, non funzionerà in questo modo ma penso che prima o poi arriveremo a qualcosa di simile.  In questi anni si è tanto parlato del problema dell’anonimato nel web. Forse, a ben vedere, dovremmo cominciare a parlare di invisibilità e di tutte le fantasie che questa condizione muove nell’essere umano. In fondo tutti abbiamo sperato almeno una volta di essere invisibili ma, adesso che lo siamo diventati per davvero, dobbiamo considerare le responsabilità che tutto questo ci richiede.


Scritto da Alberto Rossetti | @AlbeRossetti


L’immagine di copertina ritrae un lavoro dell’artista cinese Liu Bolin.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *