(In)esattezza o come giocare con i fatti per creare e distruggere stereotipi

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Tutti noi abbiamo più o meno in mente quel che si intende per stereotipo e non abbiamo bisogno che la Treccani ci dica “opinione precostituita, generalizzata e semplicistica, che non si fonda cioè sulla valutazione personale dei singoli casi ma si ripete meccanicamente, su persone o avvenimenti e situazioni”. Dovremmo tutti temere le generalizzazioni eccessive, ma per predisposizione naturale o sociale ci lasciamo trasportare dalla corrente e seguiamo l’opinione generica.

Ho detto sociale e non linguistica per una ragione ben precisa: le lingue in generale e la lingua italiana in particolare, sono così ben attrezzate da poter permetterci sul piano teorico di esprimere al meglio ogni sfumatura del nostro pensiero. Allora perché non lo facciamo? La risposta è semplice: la causa è la socializzazione, o meglio, il nostro modo di assorbire informazioni e rapportarci con la società in cui viviamo.

Moltissimi pensatori in campi diversi hanno notato questo potere del linguaggio: Arturo Escobar, nelle sue riflessioni sullo sviluppo alternativo e il post-sviluppo, ha affermato con forza che sono i discorsi sulla povertà a creare la povertà stessa e i poveri; è attraverso la letteratura che si diffondono le idee giuste o stereotipate, che si creano situazioni e si raggruppano interi gruppi umani sotto determinate categorie (oggettive o stereotipate). Potrebbe sembrare un’espressione troppo forte ma facciamo un esempio che è chiaro a tutti noi: l’Africa! Se diciamo Africa quali sono le cinque prime cose vi vengono in mente?

1.

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3.

4.

5.

Beh, se tra queste ci sono guerre, banane/platani, sbarchi, safari, leoni, povertà, adotta un bambino a distanza e simili nessuna sorpresa! Il nostro cervello si è soltanto assuefatto all’enorme quantità di contenuti trasmessi dai media che si sforzano di instillare nel nostro orizzonte immagini negative o slegate dallo sviluppo e non interessate a mostrare l’enorme diversità che il continente ha da offrire.

Per nostra fortuna ci sono progetti che remano contro l’immaginario collettivo e cercano di stuzzicarci rovesciando le nostre costruzioni mentali. Moltissime persone e gruppi si occupano quotidianamente di questo, ma mi limito a due esempi rappresentativi del panorama generale:

  • Arising Africans è un gruppo di africani e afroitaliani attivissimi soprattutto su Facebook che usano immagini, video, articoli e quiz per raccontarci l’Africa e fornire una visione libera da stereotipi da utilizzare nelle nostre chiacchiere al bar. Una rubrica molto interessante e divertente è “Notizie dall’Africa” che graficamente sembra una busta della lettera contenente curiosità dal continente.
  • Africa for Norway è il progetto di un gruppo di studenti norvegesi che cercano di rovesciare le campagne stereotipate di fundraising con cui i media ci bombardano. Avete mai sentito parlare di Radi-Aid? Questo è il nome della campagna in stile “We are the world” degli USA for Africa ed è una canzone con video annesso in cui gli africani invitano ad aiutare i norvegesi: i volontari chiedono di donare i termosifoni da inviare in Norvegia per aiutare i cittadini a combattere il freddo. Un altro loro progetto carino è “Who wants to be a volunteer” (Chi vuol essere un volontario): in questo caso un breve video racconta di una volontaria che vuole vincere l’opportunità di salvare l’Africa.

Gli stereotipi potrebbero danneggiare indirettamente anche altri soggetti a cui non si riferiscono direttamente. Dire “tutti i cinesi sono bravi con i calcoli” non danneggia il cinese in questione, ma forse proprio la persona che ha contribuito a diffondere lo stereotipo (magari nel momento in cui sono candidati alla stessa offerta di lavoro per contabili). Il nostro cervello sa che l’informazione è pregiudizievole e non rappresenta il vero, ma accetta il fatto e preferisce adattarsi.

Negli Stati Uniti è stato condotto un esperimento sociale in cui degli adolescenti sono chiamati a giudicare i candidati da ammettere a un programma televisivo: aggiungendo dei provocatori che lanciano immagini stereotipate sui candidati, vediamo come diventi assolutamente facile diffondere degli stereotipi privi di qualunque spessore scientifico (la trasmissione dura 41 minuti, ma bastano i primi minuti per osservare un caso completo, non preoccupatevi).

Nel filmato si parla molto dell’immagine che si vuole trasmettere e dei significati che vi si associano e, pensando all’esattezza di Calvino come “evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili”, concordo nel dire che l’impatto di immagini approssimative e fuorvianti è di gran lunga superiore a quello dei dati statistici per confutarli. Se noi siamo abituati a vedere delle persone rappresentate in un modo, sarà difficile immaginarle in contesti diversi. Tornando un secondo all’Africa: i media ci tempestano continuamente con immagini di bambini attorniati da mosche, la pancia gonfia e le ossa in vista. Con un’immagine del genere stampata nella nostra mente, riuscireste mai a pensare che moltissimi giovani africani adolescenti sono dei bimbiminkia che passano le giornate su Facebook a postare selfie indecenti? Eppure è così!

Se a popolare i media italiani fossero immagini di bimbiminkia africani avremmo comunque un problema e, a lungo andare, potremmo essere portati a pensare che tutti gli adolescenti siano bimbiminkia o che siano o così o denutriti. Tuttavia, almeno inizialmente, questa nuova immagine aiuterebbe ad ampliare le categorie a nostra disposizione per riflettere e immaginare la vita in quei paesi.

Tutti gli esempi fin qui illustrati mostrano alcuni dei meccanismi con cui si creano gli stereotipi, ma come distruggerli? La risposta è sempre attraverso le immagini e la diffusione della conoscenza. Conoscere più aspetti di una realtà rende più difficile cedere agli stereotipi e alla banalità semplicistiche e approssimative. Le nostre esperienze del mondo ci aiutano anche a conoscere più realtà e formare opinioni complete non stereotipate. I dati statistici poi giocano un ruolo importante: sapere la proporzione effettiva di un fenomeno aiuta a ridurne la portata. Abbiamo già detto che i dati sono molto meno attraenti delle immagini, ma per questo esistono le infografiche, l’invenzione del secolo: sono un modo per mostrare i dati in modo visivo e graficamente attraente.

La produzione di immagini è uno degli strumenti più potenti per la creazione di stereotipi e per la loro distruzione. In base a come decidiamo di rappresentare i fatti, è possibile scegliere l’uno o l’altro versante, in pratica ciò che Calvino intende quando scrive che “la letteratura può creare anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio”.


Scritto da Ada Ugo Abara | @ada_abara

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