Ancore

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“Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica”.

Proviamo a cambiare questo approccio e a cercare altri metodi di conoscenza e di verifica.

Partiamo da un assunto: la leggerezza è assenza di peso, di forza peso che l’accelerazione di gravità imprime a un corpo (avente una massa). Se noi non avessimo la gravità – terrestre – saremmo sparsi nello spazio, alla deriva. È necessario quindi intendere la gravità non solo come una palla al piede che ci incatena a qualcosa, ma anche come un’àncora di salvezza: qualcosa di necessario per rimanere nel nostro mondo di riferimento, dove ci sentiamo al sicuro.

La gravità diventa allora consapevolezza, paura dell’ignoto che rende apprezzabile quel che abbiamo e dove siamo; la leggerezza che ci resta allora assume un significato opposto, negativo? No. Raggiungere le vette più alte è un obiettivo che si può cogliere solo attraverso la leggerezza, camminando e distribuendo attentamente la nostra massa sulla superficie, senza sprofondare. Allora gravità e leggerezza non sono in contrasto, sono due elementi necessari che viaggiano di pari passo: sono l’ebrezza del salto nel vuoto e la necessaria corda di sicurezza, sono il partire per l’ignoto conoscendo il significato della parola “casa” (in inglese home, non house).

Il digitale, con la smaterializzazione degli oggetti, ci sembra estremamente leggero: ci offre la possibilità di entrare come lievi mosche attraverso le finestre lasciate aperte e curiosare, dando noia, vera o presunta, a chi è presente nella stanza. Diventiamo in un solo colpo voyeurs sgraditi e oggetti spiati di cui si vuole sapere sempre di più, un po’ narcisisti, ma anche ritrosi. Con il web diventiamo come il protagonista de La riproduzione vietata, che si cerca allo specchio trovando solo la propria nuca.

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Quando passo tutto il giorno online, alla sera mi sento così.

Questa attrazione verso il web simile al fascino della carta moschicida, permette di dire che internet possiede una sua gravità, che è accentratore. Questa idea è supportata anche dai fatti: il computer racchiude in un unico dispositivo tutti i dispositivi che prima erano sparsi e che, occupando uno proprio spazio, possedevano anche un peso specifico: radio, tv, giornali, carta, penna e francobollo, telefono, libro, cinema, ma anche più banalmente calcolatrice, termometro, album di foto, libreria (intesa sia come negozio sia come biblioteca personale) e innumerevoli altri servizi e possibilità. Sembrerebbe che la leggerezza si colga allora nell’avere tutto concentrato in un unico oggetto diventato pian piano sempre più portatile (notebook, smartphone, tablet, smartwatch e google glass). Tuttavia una sensazione di pesantezza ci frena, ci porta a pensare che tutto il circostante non possa resistere chiuso e compresso in un’infrastruttura: sembrerebbe quasi che reclami il proprio spazio e il proprio peso. Un po’ come quando ci accorgiamo che le parole non bastano per descrivere alcune cose e capiamo che il linguaggio è un’approssimazione della realtà, sprofondiamo sotto il peso del mondo sulle nostre spalle. Calvino però ci soccorre di nuovo:

“Ma la conclusione che mi attende non suonerà troppo scontata? La scrittura modello d’ogni processo della realtà… anzi, unica realtà conoscibile… anzi, unica realtà tout-court… No, non mi metterò su questo binario obbligato che mi porta troppo lontano dall’uso della parola come io la intendo, come inseguimento perpetuo delle cose, adeguamento alla loro varietà infinita.”

Riflettiamo ora su quel “perpetuo”: il perpetuo, l’infinito è un concetto non esprimibile (se lo definissimo diventerebbe finito), sappiamo che esiste, ma non possiamo immaginarlo (riuscite a figurarvi nella vostra testa una cosa infinita?). Bene, allora viviamo un paradosso: noi sappiamo che la realtà è infinita, ma non siamo in grado di descriverla. Sì, corretto, ma questo non vuol dire che non possiamo provarci, che possiamo tentare di ridurre quello scarto che ci tiene lontani dal mondo. Il succo è tutto lì, nella ricerca e nel viaggio, la meta non conta, tanto vale pensarla irraggiungibile.

E cosa ci spinge a proseguire una ricerca pur sapendo che non ci porterà da nessuna parte? L’altro, il tu dialogico, quell’àncora attaccata alla realtà, il contatto, quello fisico, e il linguaggio del corpo. La cinesica, che studia proprio il linguaggio del corpo, la prossemica, lo studio del comportamento sociale nello spazio, la percezione aptica, il riconoscimento degli oggetti mediante il tatto, e i tratti paralinguistici della voce (tono, volume, intonazione, ritmo…), compongono quella disciplina che si chiama comunicazione non verbale. La comunicazione non verbale non rientra in quella “vitalità dei tempi” di cui parla Calvino perché richiede spazio e tempo, come l’amicizia, di cui forse ne è la base meno appariscente e di cui sentiamo più la mancanza nell’epoca della digitalizzazione degli oggetti. Questo forse è il punto: per quanto leggera e invitante possa apparire la rete, noi atavicamente sappiamo che l’inconscia appartenenza all’altro è il motore dell’evoluzione che riduce lo scarto dalla realtà. In un’ottica molto animale, sono il confronto e la competizione sul campo che ci permettono la sopravvivenza. Sono la sfida e il duello, il riconoscere le differenze, marcarle dandone un peso e uno spazio, per ripartire da una nuova base comune, più ampia e meno pesante per ciascuno perché condivisa.

Allora basta stare di spalle: voltiamoci.


Scritto da Edoardo Faletti | @edofale

4 pensieri su “Ancore

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